La storia della Dieta Mediterranea

Pasta, pane, legumi, olio d’oliva, vino, verdure… sono questi gli alimenti di base di quella che viene ormai definita “dieta mediterranea”: una formula che è molto più di una moda, perché riassume quelle che da secoli sono le nostre tradizioni alimentari. La dieta mediterranea è per molti uno dei migliori antidoti alle malattie del benessere (diabete, aterosclerosi, obesità, gotta ecc.). Una “dieta” che non si costruisce solo a tavola, ma che prevede, rifacendosi all’origine greca della parola, un vero e proprio “stile di vita”.
Ecco, quindi, una formula per vivere meglio: ri-mettendoci “a dieta” recuperando le indicazioni più attuali e compatibili con la nostra vita quotidiana.
La vera propria “mistica” della dieta mediterranea ebbe origine all’inizio degli anni Cinquanta, quando il ricercatore statunitense Ancel Keys richiamò l’attenzione internazionale sul basso tasso di malattie cardiache in alcune popolazioni dell’area mediterranea. In seguito parallelamente ai suoi studi sulla correlazione tra alimentazione, livelli di colesterolo ematico, e rischio di malattie cardiovascolari, Keys e la moglie Margaret, nutrizionista e studiosa di arte culinaria, hanno scritto alcuni libri di grande diffusione, tra i quali How to Eat Well and Stay Well: the Mediterranean Way (come mangiare bene e stare ben: la via mediterranea al benessere), nei quali per primi hanno descritto il valore della dieta mediterranea, non solo dal punto di vista della salute, ma anche della valenza gastronomica.



Ancel Keys era sbarcato a Salerno nel 1945 e aveva avuto modo di notare come nel territorio di Battipaglia fossero molto limitate le malattie cardiovascolari, piuttosto diffuse negli Stati Uniti. In particolare tra la popolazione del Cilento risultava particolarmente bassa l’incidenza di quelle che oggi chiamiamo “malattie del benessere” (aterosclerosi, ipertensione, diabete…). Nell’immediato dopoguerra un’intuizione accese l’interesse di Keys: gli uomini d’affari statunitensi, presumibilmente le persone meglio alimentate, avevano elevati tassi di malattie cardiache, mentre nell’Europa post-bellica il tasso di malattie cardiovascolari era fortemente diminuito in corrispondenza di una drastica riduzione delle disponibilità alimentari.
Keys, postulando una correlazione tra livelli di colesterolo e malattie cardiovascolari, avvio nel 1948 il primo studio prospettico relativo alle malattie cardiovascolari, durato 15 anni, sul gruppo di uomini d’affari del Minnesota. Questo studio, dal quale risultò che a livelli di colesterolo ematico superiore a 260 il rischio di contrarre entro pochi anni malattie cardiovascolari era da 4 a 6 volte superiore rispetto a livelli inferiori a 200-220, fu reso materialmente possibile grazie alla collaborazione di una compagnia di assicurazioni, evidentemente molto interessata all’ipotesi di valutare a priori il rischio sanitario dei propri clienti. Successivamente Keys coinvolse sempre più studiosi a livello internazionale, sviluppando quello che sarà chiamato lo “studio delle sette nazioni”.







In questo studio l’Italia risultò un prototipo dello stile di vita mediterraneo, con la sua dieta apparentemente salutare a base di cereali, pasta, legumi, ortaggi, frutta, olio d’oliva, pane e vino.
L’Italia al contrario degli altri paesi considerati, poteva vantare anche una delle più grandi tradizioni gastronomiche del mondo. Tuttavia, l’Italia non era omogenea e lo studio, condotto a Nicotera in Calabria, a Porto San Giorgio sulla riviera adriatica, a Montegiorgio sulle colline più interne delle Marche e a Crevalcore nel bolognese, evidenziò una grande differenza tra le abitudini alimentari del Nord e del Sud.
Lo Studio delle sette nazioni, oltre a fornire una forte prova epidemiologica degli effetti dei vari acidi grassi sul colesterolo ematico e sul rischio di malattie cardiache, ha evidenziato che all’inizio degli anni Sessanta in alcune regioni (compreso il sud dell’Italia), pur essendo decisamente elevata l’assunzione di grassi, principalmente olio di oliva, si godeva tuttavia di una bassa incidenza di malattie cardiache.



L’attualità della Dieta Mediterranea

Negli anni Sessanta, la commissione europea per l’energia Atomica condusse uno studio sugli alimenti di consumo più comuni in Europa. Il fine era quello di determinare quali prodotti avessero maggiori probabilità di essere contaminati dalla radioattività; però la ricerca rappresentò anche un’importante panoramica sulle abitudini alimentari in alcuni paesi. Per quanto riguarda l’Italia, fu evidenziato che le regioni del Sud consumavano più cereali, ortaggi, frutta e pesce e meno carne, patate, latticini e uova e che il tipo di grasso predominante nella dieta era l’olio d’oliva; mentre le regioni confinanti con gli altri paesi europei consumavano una quantità elevata di prodotti animali, con burro e margarina quali grassi predominanti nella dieta. Queste differenze regionali furono correlate alle differenze nelle statistiche di mortalità e, come già previsto da Keys, il più elevato consumo di grasso animale venne associato alla più alta frequenza di malattie cardiache.
Fino a pochi anni fa, la dieta mediterranea non è stato un reale standard di riferimento scientifico per i nutrizionisti, ma piuttosto una moda mitizzata dalla fascia medio-alta dei consumatori degli stati Uniti, con ritardo, anche in Europa e in Italia per imitazione degli status symbol di oltreoceano.
Eppure non vi è dubbio che la dieta mediterranea nella sua applicazione gastronomica e non semplicemente compositiva, comporta una particolare appetibilità che favorisce meccanismi biochimici e fisiologici della corretta digestione e assimilazione dei contenuti nutritivi e salutistici.
Ma le resistenze persistono e sono per lo più di tipo culturale ed oltretutto tali resistenze possono contare sul sostegno delle multinazionali alimentari, dal momento che gli ingredienti caratteristici della dieta mediterranea non rientrano nel loro primario ambito di interesse.